Personale Galleria “Età dell’Acquario” Sassari (1977)

ARTICOLO DELL’ARTISTA MARIO DELITALA

L’artista ancora giovane è nato a Bortigali, ridente paese ai piedi dei monti boscosi del Marghine e da cui si gode una pianura estesa che va smorzandosi alle basi del Gennargentu, e riunisce gente seria e molto laboriosa, agricoltori e allevatori che vestiti dal loro costume stretto e severo, quasi monocolore e col baculo in mano, erano presenti in tutte le fiere dell’isola.
Longu ha ereditato dagli antenati la serietà e la resistenza al lavoro, e nei suoi quadri, infatti non si scorge l’impulso momentaneo dell’impressionista, più o meno disordinato, ma la paziente serietà di esecuzione e la sicurezza di visione e di intuito che sono, secondo me, le virtù principali di un artista.
Io non l’ho seguito dentro il suo studio, ma in questa mostra dell’ “Età dell’Acquario”, ove lungamente ho potuto osservare le opere, prima di toccare il colore sulla tavolozza egli aveva già creato il tema, aveva dinnanzi a sé tutta l’armonia tonale ed il complesso ritmo delle forme che poi definirà, mano mano, procedendo nel lavoro.
La bellezza delle opere, però, non sta nei temi e nel concetto sociale e umano che essi indicano e che l’artista può spiegare con la sua parola, ma, nel linguaggio che sprigiona nelle immagini pittoriche, nella chiarezza derivante dalla semplicità dell’uso del pennello, o, della penna, o, della punta di acciaio che creano o sulla carta, o sul metallo o sulla tela chiaroscuri dai passaggi di una morbidezza incomparabile e tonalità di una musicalità sopraffina.
Le figure non sono trasformate con insulse intenzioni astrattistiche o presunzioni di artificiosa personalità ma, per seguire l’equilibrio compositivo richiesto dal sentimento e della sensibilità che era già dentro l’animo dell’artista; gli oggetti sparsi intorno ad esso hanno forme definite e tonalizzate idealmente per poter in esse far apparire più luminoso l’insieme e più vivo il movimento delle masse e che attraggono lo spettatore invogliando a scoprirsi emozioni sempre nuove e brillanti.
I titoli di molte opere quali: La Germinazione, Come paesaggio, La Nascita della Società, Le mani in pasta, L’uomo incatenato, I piombi, La pesca miracolosa, ecc., non sono adeguati a spiegarne il valore artistico, il quale dipende solo dal linguaggio pittorico in esso avvolto che bisogna scoprire ed intendere.
Gli oggetti diversi, ovali, esagonali, rettangolari ecc., con colori vari anche se si vedono in tutti i quadri, non si ripetono mai, perché hanno diverso brio tonale più o meno forte di lucentezza, hanno varietà chiaroscurali che servono a rendere vitale la composizione.
Le sfere più o meno grandi sebbene non riproducano una realtà, animano gli sfondi con aperture di buchi dai quali escono oggetti che con le loro prominenze e decorazioni ed i loro accostamenti suscitano emozioni e curiosità d’interpretazione.

L’artista nel bianco e nero traccia righe che si incrociano con delicatezza e insistenza e regolarità geometrica fino ad ottenere una scala di toni dal più chiaro al più scuro, creando forme e luci che, ripeto ancora, sono il segno più evidente di pazienza e sicurezza equilibrata di mano e della validità di buon compositore, cioè delle migliori virtù dell’artista.

Mario Delitala

 

Biografia

L’artista Pietro Longu
è nato a Bortigali (NU) e attualmente risiede a Nuoro. Si avvicina al mondo dell’arte precocemente, scolpisce infatti le prime opere in pietra all’età di sette-otto anni. Si tratta di un periodo importante della sua vita, in cui si sono susseguiti momenti ed esperienze significative, che l’hanno portato a diventare l’artista che è oggi: Fin da bambino quando mi svegliavano alle tre del mattino per preparare il pane, mi sedevo accanto al focolare e con un pezzo di pasta modellavo asinelli, gatti, cani, pecore, buoi. Man mano che sono cresciuto ho portato avanti questa prima esperienza, sperimentando materiali nuovi, dal fil di ferro, al legno, e a tutto ciò che mi capitava tra le mani. Lavorando in campagna ho iniziato a conoscere la pietra. Fin da bambino ho scolpito la trachite e le pietre arenarie, riproducendo nuraghi, castelli oppure il caminetto con le persone sedute accanto al focolare, la macina del grano con l’asinello, e anche qualche bassorilievo. Quando a Bortigali hanno scoperto che facevo queste sculture tutti venivano a casa a vederle, c’è stato molto entusiasmo che mi ha dato la forza e la carica per continuare, anche perché questo era il mio modo di esprimermi, forse più delle parole.
Ha frequentato a Sassari la Scuola di Ceramica e successivamente l’Istituto Statale d’Arte, conseguendo il Diploma di Maestro d’Arte, sezione Scultura e Ceramica. Sono stati suoi docenti Stanis Dessy, Filippo Figari, Gavino Tilocca, Clemente. Durante gli anni di studio ha avuto inoltre l’opportunità di accedere al laboratorio di incisione e grafica di Stanis Dessy come allievo prediletto, dove ha potuto imparare le tecniche dell’incisione.
Nel 1962-63 comincia a vincere i primi premi per la pittura, per la ceramica e la scultura. Si è abilitato in Discipline Pittoriche, Educazione Visiva e Educazione Artistica. Dal 1968 al 2001 è stato docente di Disegno dal Vero ed Educazione Visiva presso l’Istituto Statale d’Arte di Nuoro, di cui è stato Preside per alcuni anni. Ha inoltre fatto parte delle Commissioni d’Esame di Maturità di Arti Applicate, in veste di Presidente e Commissario.

Lungo la sua carriera artistica ha collezionato numerosi premi e riconoscimenti di partecipazione e merito. Ha preso parte attivamente alla vita culturale delle arti figurative a livello regionale e nazionale, partecipando a numerose Mostre Collettive e Personali di pittura, scultura e incisione. Inoltre è stato componente di numerose commissioni e giurie riguardanti le arti figurative. Diverse opere di pittura e scultura fanno parte oggi di collezioni private. Opere pubbliche impreziosiscono piazze, edifici e chiese di diverse città e paesi e sono realizzate in diversi materiali come il bronzo, la ceramica, il marmo e il legno.
Di Pietro Longu si sono occupate riviste specializzate e quotidiani, emittenti nazionali e private tra cui: L’Arte Italiana nel Mondo, Artisti Sardi del XX Secolo, Il Giornale d’Italia, Tutto Quotidiano, La Nuova Sardegna, L’Unione Sarda, Il Pungolo Verde, Il Monte Sardo, La Nuova Europa, Frontiera, La Grotta della Vipera, L’Ortobene, L’Altro, Il Dialogo, La Voce Serafica, Il Giornale, Sassari Sera, Il Medio Campidano, RAI 3 Sardegna, Videolina, RAI 3 Piemonte, Tele Sardegna, Tele Isola, Sardegna 1, Canale 5, Televideo, Rai 1.
Nel 2002 è stato pubblicato il libro: “CERTEZZA e DUBBIO. Il Senso della Vita nelle Poesie di Bruno Forte e nelle Sculture di Pietro Longu” dell’autore Mario Corda, prefazione di Antonio Todisco, Casa Editrice EDICOM Milano. Dello stesso anno è anche “Gli Artisti Sardi del XX secolo” di Gavino Colomo. Scrivono di lui anche Mario Delitala e Wally Paris.

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L’Araba Fenice

Terracotta refrattaria: una pasta sperimentata e modellata dall’autore, utilizzata generalmente per la realizzazione dei piani di cottura dei forni ceramici.

cm 60 x 46 x 37
2011

L’opera è dedicata alla donna araba, alla conquista della sua libertà, alla sua emancipazione e al suo ruolo nella primavera araba. In una mano tiene l’araba fenice appena risorta mentre esce dalla sfera della società del passato. La donna viene infatti paragonata metaforicamente all’uccello mitologico: con gli occhi volge lo sguardo verso mondi e realtà nuove e ha una mano sul capo, pronta a liberarsi del burqa, che avvolge e lascia intravedere il corpo vivo e sinuoso, covando la sua rinascita.

L’opera è stata esposta alle seguenti mostre: Collettiva del MAN (Nuoro, 2011); Personale dell’artista (San Pantaleo, 2011); Collettiva “Icone” (Cagliari EXMA’, 2012); IncantARTI (Roma, 2012); Prefettura (Nuoro, 2015).
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Omaggio ad Angelo Caria, a Nuoro e alla Sardegna

“NELL’IMPERO DORATO DOVE IL SOLE NON TRAMONTA MAI. E POI REGNO SARDO”

Murale, Viale Sardegna, Nuoro

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Da uno sfondo composto dal sole e dai suoi raggi, gli esagoni, emerge una grande sfera istoriata, che rimanda al mondo sardo. Sono infatti raffigurati i bronzetti, la Dea Madre, i Giganti di Mont’e Prama e il nuraghe Orolo (Bortigali), simboli di una società e di una cultura antica, evoluta e perduta, talvolta oggetto di scavi clandestini e vendita nelle aste mondiali e spesso, nel corso della storia, spogliata delle sue bellezze.
La sfera viene rovesciata da una figura stilizzata: sul capo porta una conchiglia, elemento simbolico ricorrente nelle opere dell’artista, rappresentante l’evoluzione del pensiero umano. Egli ha la mente rivolta verso il basso, il male, è un sordo e cieco esecutore che, rovesciando la sfera, disperde le ricchezze e i valori della Sardegna.
Al centro, la cascata incontrollata di tesori invade lo spazio inferiore dell’opera e le conchiglie vuote rappresentano l’evoluzione nella storia del pensiero umano, condizionato dalle invasioni.
Nella parte sinistra della composizione emerge la superficie sottostante, originariamente destinata ai manifesti elettorali, indicando simbolicamente come dal regno sardo-piemontese ai giorni nostri la Sardegna, con i suoi problemi, fatica ad emergere, ma spera in una rinascita.

E’ possibile individuare nell’opera gli elementi compositivi, formali e stilistici dell’artista, come le intense cromie, il gusto per il dettaglio e la ricchezza di forme derivate dalla natura, rappresentate con un forte senso realistico e simbolico.
Un’atmosfera straniante ed enigmatica domina la rappresentazione, le forme umane e naturali appaiono semplificate ed essenziali poiché mirano a rappresentare una realtà più profonda e ricca di significati allegorici.

“Realtà simboliche, atmosfere di attesa e tematiche sociali”

Cromie intense e giustapposte contraddistinguono e animano le opere pittoriche di Pietro Longu, contribuendo a delineare il suo universo intellettuale. Il colore, fondamentale ed indispensabile elemento della sua sperimentazione stilistica e formale, assume nei suoi quadri il ruolo di protagonista, acquisendo un’importanza non solo dal punto di vista tecnico ma anche visivo. Emerge perciò “un gusto per il colore acceso quando occorre, morbido quando deve esprimere un modo più pacato di considerare le cose” (Casalini). Le forme stesse, derivate dalla natura e rappresentate con un forte senso realistico e al tempo stesso simbolico, si definiscono e materializzano grazie alla padronanza cromatica.

Bacco

Bacco

Il quadro “Bacco” della metà degli anni ’70 colpisce proprio per la lucentezza, la pulizia e la nitidezza dei colori che contribuiscono a dare vigore e luminosità all’opera. E’ un olio su tela di grandi dimensioni (2,80×1,60) ed è dedicato a Bacco, dio del vino e dell’estasi. La scena è ambientata al di fuori della dimensione temporale e appare immobile, sospesa e silenziosa, dominata da una luce tersa e cristallizzata. Sullo sfondo una fascia istoriata, lontana allusione alla pittura vascolare greca, racconta il processo produttivo del vino. A sinistra, attorno ad un ambiente bucolico e al centro di un cumulo di sassi, siede il dio Bacco dal volto appena definito e rappresentato mentre tiene in una mano un bicchiere di vino e nell’altra un grappolo d’uva. Alle sue spalle una grande conchiglia simboleggia l’evoluzione del pensiero e della mente umana, prigioniera degli effetti causati dallo stato di ebbrezza.

Bacco - particolare

Bacco – particolare

Davanti alla divinità, sulla sinistra, domina una figura femminile astratta ed incorporea che spicca per il morbido panneggio e per l’intenso colore azzurro in contrasto con le tonalità calde del quadro. Viene rappresentata mentre offre al dio Bacco una coppa di vino, allude all’ebbrezza e per questo appare “vuota”, diafana ed inconsistente. Colpisce infine la maestria e il realismo nell’esecuzione dei dettagli, come ad esempio la sfera, una delle forme ricorrenti nello stile e nelle opere dell’artista, che nel quadro è di cristallo e contiene il vino.

Il Seme della Cultura

Il Seme della Cultura

Nel “Seme della Cultura” (1986) ritornano le tematiche care all’autore inerenti alla propria terra, la Sardegna. Il quadro (olio su tela, 1.50×90) si compone per la presenza di una grande sfera e di una figura umana stilizzata con un ampio mantello blu. La sfera in realtà è una piccola spora che l’artista ingigantisce assegnandole grandi dimensioni. E’ tipico di Pietro Longu rappresentare elementi derivanti da una natura poco conosciuta ed osservata, che vengono fatti propri assumendo nelle sue opere tonalità differenti e dimensioni maggiori, con significati sempre diversi, talvolta richiamando lontanamente alla mente le opere grafiche di Odilon Redon della fine dell’800. Domina la scena un’atmosfera straniante e surreale, enigmatica ed onirica, in cui forme umane e naturali appaiono semplificate ed essenziali, poiché mirano a rappresentare la realtà interiore dell’essere umano. La sfera raffigura la società della Sardegna, in essa vi è infatti una fascia istoriata in cui sono rappresentati i bronzetti nuragici, scelti dall’artista come simbolo della cultura sarda. Un foro nella sfera indica che dentro di essa c’è vita, movimento e tutto ciò che appartiene alla “sardità”. La figura umana viene rappresentata mentre inserisce il seme di una spiga dentro la sfera, conferendo così continuità e ricchezza alla sua società e alla sua cultura: è l’uomo sardo con il gambale aperto, indossato dal contadino e dal pastore che lavorano in campagna. La figura è avvolta da un panneggio azzurro, che simboleggia il mare e sul capo porta una conchiglia, elemento simbolico ricorrente in tutte le opere pittoriche, scultoree e grafiche dell’artista. Rappresenta l’evoluzione del pensiero umano, “quello della spirale è un segno che in genere, nella simbolica dell’arte figurativa, esprime l’idea dell’infinito e del calarsi nell’infinito degli imprevedibili percorsi del pensiero. E’ così è in Longu che insistentemente lo colloca nei dipinti, come un quid apparentemente di riserva, quasi un’extrema ratio, ma tutt’altro che accidentale”(Mario Corda 2002 p.75). Sullo sfondo una fascia istoriata nei toni del blu rappresenta la cultura universale, di cui il popolo sardo ha ugualmente fatto tesoro, e tra cui spiccano la Scuola di Atene, le grandi conquiste di oggi e la ricerca dell’antimateria.

Sakharov

Sakharov

L’intera carriera artistica di Pietro Longu è caratterizzata dall’esecuzione di diverse opere scultoree e pittoriche che affrontano tematiche storiche, sociali ed attuali. Tra queste, meritevole di citazione, è “Sakharov” (1977, 80×1,00). Andrej Dmitrievič Sakharov è stato un fisico sovietico, che verso la fine degli anni ’50 contestò gli esperimenti nucleari a scopo bellico e successivamente, negli anni ‘70, criticò le repressioni del regime sovietico, divenendo difensore dei diritti civili dei dissidenti e dei perseguitati che gli valse il premio Nobel per la pace nel 1975. Nel 1980 fu arrestato e fu confinato nell’odierna Nižnij Novgorod. L’opera, rappresentata tre mesi prima del suo esilio con una forte carica narrativa, raffigura al centro Sakharov con le mani legate e incatenate: tra le braccia tiene una sfera istoriata che rappresenta il suo mondo, i suoi valori, il suo pensiero, che porta stretto a sé. La catena non è solamente legata ai polsi, ma si trova anche sul capo, alludendo all’ “incatenazione” della mente e al blocco del pensiero di quegli anni. Dietro il capo, in una fascia istoriata appaiono gli accusatori che lo mandarono in esilio, rappresentati con il dito puntato. Traspare un senso di immobilità, di silenzio e di attesa da cui emerge il potere magico del simbolo. L’intera pittura è immersa infatti in un contesto di forme, luci e colori che contraddistingue lo stile di Pietro Longu: ci sono sassi e pietre che rotolano e che rimandano al tormento della tematica rappresentata, e vi è la geometrica perfezione dell’icona esagonale, che auspica una società cooperativa e la conquista della libertà.

Chiara Longu
©Riproduzione riservata

“Il Canto della Sirena” Golfo Aranci

COMMENTO DELL’ AUTORE

La scultura è interamente realizzata in bronzo ed è alta m. 3,50 e pesa q. 6,50.
L’ho eseguita a tutto tondo e a dimensioni reali nel mio studio a Nuoro. Successivamente, dopo una serie di stampi, l’ho fusa con la tecnica della cera persa e rifinita a mano a cesello in ogni minimo particolare. Si tratta di un’opera unica non riproducibile, eseguita secondo il mio stile personale, frutto di tanti anni di sperimentazione e ricerca artistica.

Ho realizzato l’opera in sintonia con il nuovo lungomare di Golfo Aranci, cercando di valorizzare il paesaggio unico e suggestivo, caratterizzato dalle sue immense distese che profumano di cisto e protetto dalle isole di Figarolo e Tavolara. Ho pensato e proposto una Sirena “sarda” che, contraddistinta da una forma sinuosa e slanciata, esce dall’acqua e dalle onde del mare, accompagnata dalla melodia di un canto sardo, per salutare gli abitanti del luogo ed i pescatori che ogni giorno faticosamente si accingono a svolgere il loro lavoro, e per accogliere i turisti.
La scultura vuole essere un omaggio all’unicità della donna sarda, una donna forte, saggia, discreta, paziente e coraggiosa, dall’animo orgoglioso, colonna portante della famiglia e della società sarda, che affascina e ispira l’uomo sin dall’epoca preistorica. La sirena di Golfo Aranci è infatti una donna sarda, contraddistinta dalla sua grazia nel portamento e dalla tipica bellezza, con i capelli raccolti dietro la nuca, nel tradizionale mogno, per mostrare meglio il suo viso. Nelle braccia poggiate lungo il busto le semisfere richiamano e simboleggiano i bottoni gioiello che ornano la camicia tipica del costume tradizionale sardo, insieme alla lunga gonna plissettata che ne esalta le pieghe in un passo di ballo. E’ la sirena che conquista l’uomo, che canta: “Eo regiro pro te e so pro te in arguai!” (Mossa), “In su Monte Gonare, cantada una sirena” (Sini), “Non potho reposare” (Sini- Rachel).
Con la sua altezza e maestosità ha il privilegio di toccare il cielo e le stelle a cui si abbandona, con il capo leggermente reclinato in atteggiamento romantico. E’ infatti avvolta dalla Via Lattea, che rimanda alla molteplicità degli elementi che compongono l’identità del mondo sardo, ricco di valori e tradizioni uniche, simboleggiato dalla riproduzione della navicella nuragica a cui lei volge lo sguardo, riportandoci alle nostre antiche origini di popolo di navigatori e all’attesa della donna che aspetta il rientro del suo uomo.

Lo scultore
Pietro Longu

©Riproduzione Riservata

Il cubo, la sfera, la piramide: possibili chiavi di lettura dell’opera scultorea di Pietro Longu

L’attività,
la ricerca e la sperimentazione di Pietro Longu è sempre stata caratterizzata e scandita da un continuo  impegno nei confronti della scultura, della pittura e della grafica. L’artista si è cimentato nella scultura sin da quando era bambino, sperimentando e lavorando diversi materiali, come il marmo, la trachite, il legno e il bronzo. Nel corso della sua carriera ha avuto occasione di realizzare numerose opere pubbliche che attualmente impreziosiscono piazze, edifici e chiese di diverse città e paesi della Sardegna.

Entrando nel suo laboratorio si è immediatamente colpiti dal gran numero di opere scultoree, differenti per dimensioni e materiali, esposte al centro, ai lati o affisse alla parete dello studio, tra le quali sembra scaturire un dialogo “scenografico” infinito: due occhi non bastano a cogliere con un semplice sguardo gli innumerevoli dettagli e la miriade di volti e forme che le caratterizzano, ogni volta che le si osserverà si scoprirà un particolare nuovo. La forza espressiva di queste opere si carica poi di significati e suggestioni di volta in volta differenti a seconda della luce artificiale o naturale e delle ore del giorno. “La produzione scultorea di Pietro Longu è copiosissima. Lo studio, enorme, è stracolmo di bozzetti utilizzati per la modellazione delle opere di maggiore impegno, in un’alternanza di bassorilievi e tutto tondo che rivela quella facilità espressiva che spiega il come e il perché di tanta produzione” (Mario Corda, Certezza e Dubbio, il senso della vita nelle poesie di Bruno Forte e nelle sculture di Pietro Longu, 2002, p.77).Collage

Accanto alle grandi opere pubbliche emergono le opere scultoree di piccole dimensioni. Da esse si comprende chiaramente come per l’artista la scultura sia prima di tutto forma e modellato, le figure umane appaiono intrappolate entro forme geometriche solide, essenziali e finite, come sfere, cubi e piramidi, nelle quali è contenuto l’intero universo umano. E’ nella serie di queste sculture che è “racchiuso il senso della vita, nel più profondo sentire dell’artista” in cui è possibile cogliere “la chiave di lettura dell’intera opera scultorea di Pietro Longu: un percorso intellettuale in continua evoluzione, in continuo superamento di posizioni acquisite. E questo è riscontrabile anche nell’impostazione materica, rude nel marmo sbozzato di supplicanti corpi umani solo in parte emergenti da giganteschi blocchi della montagna di Orosei, fine quasi come marmo pentelico quando la raffigurazione è improntata ai sentimenti più teneri (ritratti della moglie e della figlia)” (M. Corda, 2002, p.78). Ciascuna di queste opere meriterebbe un’analisi e un singolo discorso critico, poiché ognuna custodisce e trasmette un significato autonomo e differente. Guardandole e contemplandole da ogni lato è possibile cogliere lo studio estetico e compositivo della forma, in cui “l’apparente razionalità di una figura solida come il cubo o qualsiasi altro parallelepipedo crea una strana antinomia nella composizione” (Wally Paris). Sono opere che possiedono una forte carica espressiva, emotiva e simbolica, e che pongono degli interrogativi esistenziali, richiamando l’assurdità e l’illogicità di alcune situazioni contro cui l’uomo nel corso della sua vita si misura: figure umane sono imprigionate nei cubi, nelle piramidi e nelle sfere, in posizioni che ne evidenziano la loro sofferenza e l’impossibilità di liberarsi. Ricorre spesso, a partire dagli anni ’60, l’uso del cubo, una forma geometrica tridimensionale, perfetta ed intrisa di significati, evoluzione del quadrato, l’unità di misura con cui tendiamo ad “inquadrare”, definire e comprendere tutte le cose che ci circondano. Il cubo rappresenta perciò il mondo o le situazioni dell’essere umano, l’artista lo definisce come “uno spazio geometrico e vitale, dove le forme appaiono e scompaiono al suo interno in perfetta sintonia, in cui si raccontano e si trasmettono i messaggi dell’opera rappresentata”.
Wally Paris in un articolo dedicato alle opere scultoree di Pietro Longu (Paris, Sassari Sera, 1997 ) accosta queste ai Prigioni di Michelangelo. Vi è infatti un’analoga agitazione delle figure nel tentativo di liberarsi dalla condizione umana in cui sono immerse. Nelle opere rinascimentali però, l’uomo, oppresso dal peccato, tenta di liberarsi per “raggiungere un’armonia metafisica” (Paris); nelle opere di Pietro Longu invece vi è una riflessione sulla “situazione della vita attuale, nella quale le problematiche da affrontare e da risolvere divengono via via sempre più difficili”, e in cui vi è perciò una “lotta quotidiana dell’uomo con il mondo che lo circonda” (Paris). Secondo Mario Corda (2002, p.79) invece “le figure di Longu sembrano immerse nella contraddizione dialettica dell’esistere o non esistere, apparentemente impotenti a influire sul loro destino, cioè a determinare un qualunque risultato nell’ambito di un divino disegno creativo, ma già esprimenti l’angoscia di dover emergere per far parte dell’esistente, del creato”.

Accanto a queste interpretazioni se ne può accostare un’altra meno pessimistica di matrice romantica. Nelle sculture emerge infatti la più grande ambizione della natura e della mente umana che, nonostante la sua finitezza, simboleggiata nelle opere dell’artista dalle forme geometriche solide, si misura e tende verso l’infinito: le figure rappresentate cercano di liberarsi da forme finite, nel tentativo di cogliere realtà superiori, poiché sono individui pensanti. In questa aspirazione verso l’infinito risiede la grandezza dell’uomo che, pur trovandosi in continua lotta contro i suoi limiti, mira alla libertà, unico mezzo con cui può “slegarsi” dalla sua condizione e raggiungere un fine più elevato, in cui potrà placare il suo desiderio di felicità, raggiungendo la massima virtù. L’infinito, un piacere quasi sublime “che, per il fatto di poterlo anche solo pensare, attesta una facoltà dell’animo superiore ad ogni misura dei sensi” (Kant), viene colto solo in parte, infatti le figure non si separano dai solidi a cui restano legate, è perciò un’illusione e un’esigenza necessaria. L’aspirazione verso l’infinito diventa così il principio stesso del piacere e il fine a cui tende lo slancio vitale dell’uomo.