L’Araba Fenice

Terracotta refrattaria: una pasta sperimentata e modellata dall’autore, utilizzata generalmente per la realizzazione dei piani di cottura dei forni ceramici.

cm 60 x 46 x 37
2011

L’opera è dedicata alla donna araba, alla conquista della sua libertà, alla sua emancipazione e al suo ruolo nella primavera araba. In una mano tiene l’araba fenice appena risorta mentre esce dalla sfera della società del passato. La donna viene infatti paragonata metaforicamente all’uccello mitologico: con gli occhi volge lo sguardo verso mondi e realtà nuove e ha una mano sul capo, pronta a liberarsi del burqa, che avvolge e lascia intravedere il corpo vivo e sinuoso, covando la sua rinascita.

L’opera è stata esposta alle seguenti mostre: Collettiva del MAN (Nuoro, 2011); Personale dell’artista (San Pantaleo, 2011); Collettiva “Icone” (Cagliari EXMA’, 2012); IncantARTI (Roma, 2012); Prefettura (Nuoro, 2015).
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“Il Canto della Sirena” Golfo Aranci

COMMENTO DELL’ AUTORE

La scultura è interamente realizzata in bronzo ed è alta m. 3,50 e pesa q. 6,50.
L’ho eseguita a tutto tondo e a dimensioni reali nel mio studio a Nuoro. Successivamente, dopo una serie di stampi, l’ho fusa con la tecnica della cera persa e rifinita a mano a cesello in ogni minimo particolare. Si tratta di un’opera unica non riproducibile, eseguita secondo il mio stile personale, frutto di tanti anni di sperimentazione e ricerca artistica.

Ho realizzato l’opera in sintonia con il nuovo lungomare di Golfo Aranci, cercando di valorizzare il paesaggio unico e suggestivo, caratterizzato dalle sue immense distese che profumano di cisto e protetto dalle isole di Figarolo e Tavolara. Ho pensato e proposto una Sirena “sarda” che, contraddistinta da una forma sinuosa e slanciata, esce dall’acqua e dalle onde del mare, accompagnata dalla melodia di un canto sardo, per salutare gli abitanti del luogo ed i pescatori che ogni giorno faticosamente si accingono a svolgere il loro lavoro, e per accogliere i turisti.
La scultura vuole essere un omaggio all’unicità della donna sarda, una donna forte, saggia, discreta, paziente e coraggiosa, dall’animo orgoglioso, colonna portante della famiglia e della società sarda, che affascina e ispira l’uomo sin dall’epoca preistorica. La sirena di Golfo Aranci è infatti una donna sarda, contraddistinta dalla sua grazia nel portamento e dalla tipica bellezza, con i capelli raccolti dietro la nuca, nel tradizionale mogno, per mostrare meglio il suo viso. Nelle braccia poggiate lungo il busto le semisfere richiamano e simboleggiano i bottoni gioiello che ornano la camicia tipica del costume tradizionale sardo, insieme alla lunga gonna plissettata che ne esalta le pieghe in un passo di ballo. E’ la sirena che conquista l’uomo, che canta: “Eo regiro pro te e so pro te in arguai!” (Mossa), “In su Monte Gonare, cantada una sirena” (Sini), “Non potho reposare” (Sini- Rachel).
Con la sua altezza e maestosità ha il privilegio di toccare il cielo e le stelle a cui si abbandona, con il capo leggermente reclinato in atteggiamento romantico. E’ infatti avvolta dalla Via Lattea, che rimanda alla molteplicità degli elementi che compongono l’identità del mondo sardo, ricco di valori e tradizioni uniche, simboleggiato dalla riproduzione della navicella nuragica a cui lei volge lo sguardo, riportandoci alle nostre antiche origini di popolo di navigatori e all’attesa della donna che aspetta il rientro del suo uomo.

Lo scultore
Pietro Longu

©Riproduzione Riservata

Il cubo, la sfera, la piramide: possibili chiavi di lettura dell’opera scultorea di Pietro Longu

L’attività,
la ricerca e la sperimentazione di Pietro Longu è sempre stata caratterizzata e scandita da un continuo  impegno nei confronti della scultura, della pittura e della grafica. L’artista si è cimentato nella scultura sin da quando era bambino, sperimentando e lavorando diversi materiali, come il marmo, la trachite, il legno e il bronzo. Nel corso della sua carriera ha avuto occasione di realizzare numerose opere pubbliche che attualmente impreziosiscono piazze, edifici e chiese di diverse città e paesi della Sardegna.

Entrando nel suo laboratorio si è immediatamente colpiti dal gran numero di opere scultoree, differenti per dimensioni e materiali, esposte al centro, ai lati o affisse alla parete dello studio, tra le quali sembra scaturire un dialogo “scenografico” infinito: due occhi non bastano a cogliere con un semplice sguardo gli innumerevoli dettagli e la miriade di volti e forme che le caratterizzano, ogni volta che le si osserverà si scoprirà un particolare nuovo. La forza espressiva di queste opere si carica poi di significati e suggestioni di volta in volta differenti a seconda della luce artificiale o naturale e delle ore del giorno. “La produzione scultorea di Pietro Longu è copiosissima. Lo studio, enorme, è stracolmo di bozzetti utilizzati per la modellazione delle opere di maggiore impegno, in un’alternanza di bassorilievi e tutto tondo che rivela quella facilità espressiva che spiega il come e il perché di tanta produzione” (Mario Corda, Certezza e Dubbio, il senso della vita nelle poesie di Bruno Forte e nelle sculture di Pietro Longu, 2002, p.77).Collage

Accanto alle grandi opere pubbliche emergono le opere scultoree di piccole dimensioni. Da esse si comprende chiaramente come per l’artista la scultura sia prima di tutto forma e modellato, le figure umane appaiono intrappolate entro forme geometriche solide, essenziali e finite, come sfere, cubi e piramidi, nelle quali è contenuto l’intero universo umano. E’ nella serie di queste sculture che è “racchiuso il senso della vita, nel più profondo sentire dell’artista” in cui è possibile cogliere “la chiave di lettura dell’intera opera scultorea di Pietro Longu: un percorso intellettuale in continua evoluzione, in continuo superamento di posizioni acquisite. E questo è riscontrabile anche nell’impostazione materica, rude nel marmo sbozzato di supplicanti corpi umani solo in parte emergenti da giganteschi blocchi della montagna di Orosei, fine quasi come marmo pentelico quando la raffigurazione è improntata ai sentimenti più teneri (ritratti della moglie e della figlia)” (M. Corda, 2002, p.78). Ciascuna di queste opere meriterebbe un’analisi e un singolo discorso critico, poiché ognuna custodisce e trasmette un significato autonomo e differente. Guardandole e contemplandole da ogni lato è possibile cogliere lo studio estetico e compositivo della forma, in cui “l’apparente razionalità di una figura solida come il cubo o qualsiasi altro parallelepipedo crea una strana antinomia nella composizione” (Wally Paris). Sono opere che possiedono una forte carica espressiva, emotiva e simbolica, e che pongono degli interrogativi esistenziali, richiamando l’assurdità e l’illogicità di alcune situazioni contro cui l’uomo nel corso della sua vita si misura: figure umane sono imprigionate nei cubi, nelle piramidi e nelle sfere, in posizioni che ne evidenziano la loro sofferenza e l’impossibilità di liberarsi. Ricorre spesso, a partire dagli anni ’60, l’uso del cubo, una forma geometrica tridimensionale, perfetta ed intrisa di significati, evoluzione del quadrato, l’unità di misura con cui tendiamo ad “inquadrare”, definire e comprendere tutte le cose che ci circondano. Il cubo rappresenta perciò il mondo o le situazioni dell’essere umano, l’artista lo definisce come “uno spazio geometrico e vitale, dove le forme appaiono e scompaiono al suo interno in perfetta sintonia, in cui si raccontano e si trasmettono i messaggi dell’opera rappresentata”.
Wally Paris in un articolo dedicato alle opere scultoree di Pietro Longu (Paris, Sassari Sera, 1997 ) accosta queste ai Prigioni di Michelangelo. Vi è infatti un’analoga agitazione delle figure nel tentativo di liberarsi dalla condizione umana in cui sono immerse. Nelle opere rinascimentali però, l’uomo, oppresso dal peccato, tenta di liberarsi per “raggiungere un’armonia metafisica” (Paris); nelle opere di Pietro Longu invece vi è una riflessione sulla “situazione della vita attuale, nella quale le problematiche da affrontare e da risolvere divengono via via sempre più difficili”, e in cui vi è perciò una “lotta quotidiana dell’uomo con il mondo che lo circonda” (Paris). Secondo Mario Corda (2002, p.79) invece “le figure di Longu sembrano immerse nella contraddizione dialettica dell’esistere o non esistere, apparentemente impotenti a influire sul loro destino, cioè a determinare un qualunque risultato nell’ambito di un divino disegno creativo, ma già esprimenti l’angoscia di dover emergere per far parte dell’esistente, del creato”.

Accanto a queste interpretazioni se ne può accostare un’altra meno pessimistica di matrice romantica. Nelle sculture emerge infatti la più grande ambizione della natura e della mente umana che, nonostante la sua finitezza, simboleggiata nelle opere dell’artista dalle forme geometriche solide, si misura e tende verso l’infinito: le figure rappresentate cercano di liberarsi da forme finite, nel tentativo di cogliere realtà superiori, poiché sono individui pensanti. In questa aspirazione verso l’infinito risiede la grandezza dell’uomo che, pur trovandosi in continua lotta contro i suoi limiti, mira alla libertà, unico mezzo con cui può “slegarsi” dalla sua condizione e raggiungere un fine più elevato, in cui potrà placare il suo desiderio di felicità, raggiungendo la massima virtù. L’infinito, un piacere quasi sublime “che, per il fatto di poterlo anche solo pensare, attesta una facoltà dell’animo superiore ad ogni misura dei sensi” (Kant), viene colto solo in parte, infatti le figure non si separano dai solidi a cui restano legate, è perciò un’illusione e un’esigenza necessaria. L’aspirazione verso l’infinito diventa così il principio stesso del piacere e il fine a cui tende lo slancio vitale dell’uomo.

Le prime sculture


“Pietro esercitava il suo diritto al sogno e alla felicità nelle campagne dove avevano pascolo e orti, Sas Seddas, Pitigunis, Badde Tricada. Il bambino osservava il muoversi a spirale della chiocciola, segno ricorrente nell’arte dell’uomo adulto”
(Natalino Piras, La Nuova Sardegna, 05-09-2004).

Le primissime opere scultoree di Pietro Longu risalgono all’età scolare.
L’età infantile è senz’altro una delle fasi della sua vita più importanti. Sono questi infatti anni ricchi di esperienze intense che hanno segnato la sua esistenza e la sua carriera artistica.  L’artista scopre il mondo esterno e la realtà che lo circonda, è libero di salire sugli alberi, di passare tra i cespugli, di fare il giro delle tanche sui muri, di correre a cavallo; una libertà che ha trasferito in una personale espressione artistica.
Un’infanzia segnata dal grande impegno e senso del dovere: appena usciva da scuola si recava in campagna ad aiutare il padre e a badare al bestiame. Rimanendo spesso da solo, ha iniziato a conoscere la pietra, come la trachite e l’arenaria, e a scolpirla, servendosi di strumenti improvvisati, come vecchi chiodi da binario o cacciaviti della Singer (la macchina da cucire della mamma). «Trovata la pietra, la ferula, la terra luzzana, mi mettevo a modellare e scolpire. Non c’era albero che non salivo, roccia dove non saltavo, animale che non seguivo» (Natalino Piras, La Nuova Sardegna, 05-09-2004). Gli oggetti delle sue sculture erano quelli appartenenti da un lato alla sfera fantastica, come il castello, dall’altro legati al mondo che lo circondava e con cui era a contatto, come nuraghi, la macina del grano con l’asinello, il caminetto con le persone sedute accanto al focolare, le signore del paese e Grazia Deledda.
Il “nuraghe Orolo”, tra più significativi monumenti archeologici che appartengono al territorio di Bortigali, è un vero e proprio modellino di nuraghe, riproduce infatti l’esatto numero dei conci che lo costituiscono. L’artista aveva una conoscenza approfondita del monumento, si divertiva ad arrampicarsi sulle mura esterne ed interne e a contarne le sue pietre.
La gente del paese di Bortigali si è mostrata sin da allora entusiasta nei confronti della creatività dell’artista-bambino, tutti si recavano a casa a vedere le sue opere. Ciò gli ha sicuramente dato la forza e la carica per continuare e prendere la coraggiosa decisione di lasciare il paese e dedicarsi agli studi, iscrivendosi a Sassari all’Istituto d’Arte.
Tutti i lavori realizzati da bambino sono stati esposti per un anno intero nelle vetrine dell’Istituto d’Arte, infatti i suoi professori come Stanis Dessy, Gavino Tilocca e Filippo Figari, ritenevano che queste precoci opere dovessero essere viste da tutti, per attestare l’elevato livello della scuola e dimostrare che all’Istituto d’Arte si accedeva solo se si era in possesso di  una certa predisposizione, di determinate capacità e manualità.

Scrive il poeta Pantaleo Serra:

Deo, Pietro, nascher t’hapo idu,
pizzinnu poi e giovanu formadu:
istande faccia a pare in bighinadu,
da-e sa vista no mi ses fuidu.

Cun sus tempus, de poi, hapo sighidu
ancora s’eccellente risultadu
cando ti hat  s’iscola diplomadu
pro su gradu c’hais cunsighidu

in sa nobile arte ‘e sa pittura,
ende dotadu de altu talentu
e geniales donos de natura.

 Ti poto narrer chi, ogni momentu
hap’ammiradu sa tua figura,
ca sempre simpatia nd’appo tentu.

  _______

 M’ammento, cand’ancora pastoreddu,
pro vigilare s’ama in sa pastura,
vivias a contattu ‘e sa natura,
ma non faghia usu ‘e s’iscarpeddu,

 eppuru t’est frimada in su cherbeddu
sa mirabil’idea ‘e s’iscultura;
sen’haer in materia cultura
ne puntas de attarzu, ne marteddu,

 unu cant’e calcare has modelladu
forzis fattende usu ‘e carchi zou
o de calchi puntale ismarrazadu!

 Trasformende su ruzu aspettu sou
In d’un’oggettu e arte, ch’est istadu
su primu geniale passu tou.

 _______

 Ispintu da-e s’estru, e guidadu
sempre da-e sa vera passione,
has consighidu sa perfezione
cando ti ses artista diplomadu.

 Figuras dogni tipu has modelladu
e pintus telas chi, ogni persone
hat ammiradu in s’esposizione
varias bolta, e t’hat giudicadu

 Cun giustu riguardu e bonucoro;
t’hat riconnotu veru fizu ‘e s’Arte
e premios t’hat dadu in prata e oro.

 Sias da hoe notu indogni parte;
hapas de sa provincia de Nuoro
sempre pius in altu s’Istendarte!

 Pantaleo Serra,  Roma 15 dicembre 1975

Chiara Longu
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