Grazia Deledda

 

“A Grazia Deledda”
Premio Nobel 1926
Anello Parco Comunale Monte Ortobene, Nuoro

 Comitato Monte Ortobene “Ultima Spiaggia” 1901-2011 

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COMMENTO DELL’AUTORE

Ho progettato l’opera di Grazia Deledda ispirandomi all’amore della scrittrice per la natura, evocata e descritta nei suoi libri con colori e profumi, e in sintonia con il paesaggio del Monte Ortobene, unico e suggestivo, a lei tanto caro:

«No, non è vero che l’Ortobene possa paragonarsi ad altra montagna. L’Ortobene è uno solo in tutto il mondo: è il nostro cuore, è l’anima nostra,  il nostro carattere, tutto ciò che vi è di grande e di piccolo, di dolce e duro e aspro e doloroso in noi. Quando io sto sull’Ortobene e seduta su una roccia guardo il tramonto meraviglioso, mi pare di essere una cosa stessa con la roccia, e che l’anima sia grande e luminosa come il cielo chiuso tra le montagne della Barbagia fatale, oltre le quali mi pare di non esistere più».
Lettera di Grazia Deledda a Salvator Ruju (Nuoro, 05/09/1905)

Ho realizzato la scultura curando la composizione estetica, formale e plastica. Ho immaginato la figura che, con un movimento armonico e dinamico, cammina sui prati dell’Ortobene immersa nella natura da lei tanto amata, fonte inesauribile di ispirazione.

Ho scelto di dare uno spazio importante alla rappresentazione del suo mondo e del contesto in cui è vissuta. L’opera è arricchita da simboli e riferimenti alla sua vita, ai suoi libri e alla sua città, Nuoro, vissuta e raccontata spesso dalla scrittrice, attraverso i quali ci vengono trasmessi messaggi universali, oggi più che mai attuali. La rappresentazione non può prescindere dal legame con l’ambiente socioculturale di Nuoro, indispensabile per raccontare la Deledda, il suo mondo e il nostro.

Uno spiccato senso del realismo contraddistingue la statua, modellata nei minimi particolari di tutte le sue parti.
La figura è leggermente china verso il basso, intenta a scrivere. Nella mano destra stringe la penna, con la sinistra tiene diversi libri e la medaglia simbolo del premio Nobel.

Ho rappresentato Grazia Deledda con il costume di Nuoro di fine Ottocento per rendere omaggio alle sue origini, alle tradizioni nuoresi e al forte legame con la città. L’opera è una dedica all’eccezionalità della donna sarda, forte, saggia, discreta, paziente e coraggiosa, dall’animo orgoglioso, colonna portante della famiglia e della società.
Ho modellato il costume di Nuoro riproducendone le caratteristiche peculiari nei minimi dettagli, grazie a una mia attenta ricerca etnografica e ispirandomi alle precise descrizioni e allo stile verista delle opere della scrittrice.
La tradizionale gonna plissettata è in movimento, si libera nello spazio, rimandando simbolicamente alla vita intensa e dinamica della scrittrice.

«Il costume di Nuoro (…) è certo uno dei costumi più splendidi della Sardegna. Bisogna studiarlo in Chiesa, nei dì solenni(…). Lo scarlatto fiammeggiante al sole, il broccato, il velluto, l’orbace -produzione paesana – i nastri, i fazzoletti smaglianti di fiori, le bende bianche, nere, gialle, di lana, di mussolina e anche di seta, i bottoni a filigrana d’argento e d’oro si fondono in un insieme magnifico, ricco, e il personale alto e slanciato delle donne contribuisce a rendere elegante e bello il vestire».
Amore lontano: lettere al gigante biondo, 1891-1909

Ho realizzato plasticamente il ritratto del volto nei minimi particolari, per cogliere e ricordare il suo modo di porsi esprimendo la sua personalità unica ed inconfondibile. Ho dedicato particolare attenzione alla resa dei tratti somatici e dello sguardo, raffigurando la scrittrice nella maniera più fedele.

L’opera rappresenta una mia riflessione sull’evoluzione della bellezza estetica e del cambiamento del gusto, recuperando il concetto di figurazione comprensibile da tutti, aprendo una nuova via al realismo diversa dal passato giungendo a differenti livelli estetici del tutto o in parte nuovi.

Lo scultore Pietro Longu

“Su Fragellu”

"Su Flagellu"

Pietro Longu, “Su Fragellu”, acrilico su legno, 1,30 x 1,30 metri, 2020.

“Su Fragellu”

A causa della disarmonia uomo natura incubo del contagio

COMMENTO DELL’AUTORE

Dipingendo quest’opera ho pensato alla condizione dell’Uomo che affronta, in questi giorni, la pandemia del Coronavirus; all’avidità e alla brama di potere, con cui la società moderna pensa di poter superare e contrastare le Forze dell’Universo.

Un sistema spesso fragile e snaturato che conduce alla rottura con la Natura, con la bellezza, creando disarmonia nell’equilibrio naturale e dando vita al “flagello”, suscitando rabbia, violenza, malattie, morte.

Ora più che mai, di fronte a questa crisi globale, diveniamo consapevoli che la Natura, nella sua espressione più totale, è sinonimo di bellezza e armonia, dello splendore del bene e del vero, e dona senso alla vita, libera la nostra energia più preziosa alimentando anima, cuore, coscienza e creatività, elevando l’Uomo ad uno status superiore.
Custodirla è l’unica via per scoprire il significato più profondo della vita.

La monocromia del rosso, presenza costante nelle mie opere pittoriche, rappresenta in questo quadro la tensione tra gli elementi della natura e l’uomo.
Il rosso è forza, aggressività, paura, angoscia.
Ma il rosso è anche coraggio, vitalità, energia, resilienza, ciò di cui l’uomo ha bisogno per reagire alla morsa della spirale e rialzarsi, ricostruendo il proprio posto nel mondo e ristabilendo gli equilibri naturali.

BREVE DESCRIZIONE DELL’OPERA

Ho rappresentato il Coronavirus come un vortice impetuoso che esce da una conchiglia vuota, la più grande in alto a sinistra. Arriva all’improvviso e gradualmente avvolge tutta la terra: “unu fragellu”. Si impossessa del dono più grande dell’uomo, la vita, che ho rappresentato simbolicamente con una pietra preziosa, in basso a sinistra trattenuta dal virus con la sua mano; dalla sua bocca escono spore che contagiano l’uomo.
A destra l’uomo con il capo intrappolato in una conchiglia, adagiato a terra, si dimena e con la mano cerca di riprendersi la vita. Sullo sfondo un’altra figura, in segno di disperazione, solleva il braccio chiedendo aiuto e porta la mano sul viso per difendersi dal contagio.
Nella linea di terra conchiglie vuote e spore danno il senso del degrado della natura.

Tutte le forme e la composizione estetica dell’opera fanno parte del mio stile, sperimentato in tanti anni di ricerca artistica.

Pietro Longu
©Riproduzione Riservata

 

Articolo di Sandro Biccai “La Nuova Sardegna” del 06/04/2020: https://www.lanuovasardegna.it/nuoro/cronaca/2020/04/06/news/bortigali-l-arte-di-longu-speranza-contro-l-epidemia-1.38688918?fbclid=IwAR1bUk96Pr4YYPybMao14gcp4hYq9Ylr5uGV803T44IwqrcI_Xd8RStFmeY

L'arte di Longu, speranza contro l'epidemia

Articolo di Sandro Biccai, “La Nuova Sardegna” del 06/04/2020

Personale Galleria “Età dell’Acquario” Sassari (1977)

ARTICOLO DELL’ARTISTA MARIO DELITALA

L’artista ancora giovane è nato a Bortigali, ridente paese ai piedi dei monti boscosi del Marghine e da cui si gode una pianura estesa che va smorzandosi alle basi del Gennargentu, e riunisce gente seria e molto laboriosa, agricoltori e allevatori che vestiti dal loro costume stretto e severo, quasi monocolore e col baculo in mano, erano presenti in tutte le fiere dell’isola.
Longu ha ereditato dagli antenati la serietà e la resistenza al lavoro, e nei suoi quadri, infatti non si scorge l’impulso momentaneo dell’impressionista, più o meno disordinato, ma la paziente serietà di esecuzione e la sicurezza di visione e di intuito che sono, secondo me, le virtù principali di un artista.
Io non l’ho seguito dentro il suo studio, ma in questa mostra dell’ “Età dell’Acquario”, ove lungamente ho potuto osservare le opere, prima di toccare il colore sulla tavolozza egli aveva già creato il tema, aveva dinnanzi a sé tutta l’armonia tonale ed il complesso ritmo delle forme che poi definirà, mano mano, procedendo nel lavoro.
La bellezza delle opere, però, non sta nei temi e nel concetto sociale e umano che essi indicano e che l’artista può spiegare con la sua parola, ma, nel linguaggio che sprigiona nelle immagini pittoriche, nella chiarezza derivante dalla semplicità dell’uso del pennello, o, della penna, o, della punta di acciaio che creano o sulla carta, o sul metallo o sulla tela chiaroscuri dai passaggi di una morbidezza incomparabile e tonalità di una musicalità sopraffina.
Le figure non sono trasformate con insulse intenzioni astrattistiche o presunzioni di artificiosa personalità ma, per seguire l’equilibrio compositivo richiesto dal sentimento e della sensibilità che era già dentro l’animo dell’artista; gli oggetti sparsi intorno ad esso hanno forme definite e tonalizzate idealmente per poter in esse far apparire più luminoso l’insieme e più vivo il movimento delle masse e che attraggono lo spettatore invogliando a scoprirsi emozioni sempre nuove e brillanti.
I titoli di molte opere quali: La Germinazione, Come paesaggio, La Nascita della Società, Le mani in pasta, L’uomo incatenato, I piombi, La pesca miracolosa, ecc., non sono adeguati a spiegarne il valore artistico, il quale dipende solo dal linguaggio pittorico in esso avvolto che bisogna scoprire ed intendere.
Gli oggetti diversi, ovali, esagonali, rettangolari ecc., con colori vari anche se si vedono in tutti i quadri, non si ripetono mai, perché hanno diverso brio tonale più o meno forte di lucentezza, hanno varietà chiaroscurali che servono a rendere vitale la composizione.
Le sfere più o meno grandi sebbene non riproducano una realtà, animano gli sfondi con aperture di buchi dai quali escono oggetti che con le loro prominenze e decorazioni ed i loro accostamenti suscitano emozioni e curiosità d’interpretazione.

L’artista nel bianco e nero traccia righe che si incrociano con delicatezza e insistenza e regolarità geometrica fino ad ottenere una scala di toni dal più chiaro al più scuro, creando forme e luci che, ripeto ancora, sono il segno più evidente di pazienza e sicurezza equilibrata di mano e della validità di buon compositore, cioè delle migliori virtù dell’artista.

Mario Delitala

 

Biografia

L’artista Pietro Longu
è nato a Bortigali (NU) e attualmente risiede a Nuoro. Si avvicina al mondo dell’arte precocemente, scolpisce infatti le prime opere in pietra all’età di sette-otto anni. Si tratta di un periodo importante della sua vita, in cui si sono susseguiti momenti ed esperienze significative, che l’hanno portato a diventare l’artista che è oggi: Fin da bambino quando mi svegliavano alle tre del mattino per preparare il pane, mi sedevo accanto al focolare e con un pezzo di pasta modellavo asinelli, gatti, cani, pecore, buoi. Man mano che sono cresciuto ho portato avanti questa prima esperienza, sperimentando materiali nuovi, dal fil di ferro, al legno, e a tutto ciò che mi capitava tra le mani. Lavorando in campagna ho iniziato a conoscere la pietra. Fin da bambino ho scolpito la trachite e le pietre arenarie, riproducendo nuraghi, castelli oppure il caminetto con le persone sedute accanto al focolare, la macina del grano con l’asinello, e anche qualche bassorilievo. Quando a Bortigali hanno scoperto che facevo queste sculture tutti venivano a casa a vederle, c’è stato molto entusiasmo che mi ha dato la forza e la carica per continuare, anche perché questo era il mio modo di esprimermi, forse più delle parole.
Ha frequentato a Sassari la Scuola di Ceramica e successivamente l’Istituto Statale d’Arte, conseguendo il Diploma di Maestro d’Arte, sezione Scultura e Ceramica. Sono stati suoi docenti Stanis Dessy, Filippo Figari, Gavino Tilocca, Clemente. Durante gli anni di studio ha avuto inoltre l’opportunità di accedere al laboratorio di incisione e grafica di Stanis Dessy come allievo prediletto, dove ha potuto imparare le tecniche dell’incisione.
Nel 1962-63 comincia a vincere i primi premi per la pittura, per la ceramica e la scultura. Si è abilitato in Discipline Pittoriche, Educazione Visiva e Educazione Artistica. Dal 1968 al 2001 è stato docente di Disegno dal Vero ed Educazione Visiva presso l’Istituto Statale d’Arte di Nuoro, di cui è stato Preside per alcuni anni. Ha inoltre fatto parte delle Commissioni d’Esame di Maturità di Arti Applicate, in veste di Presidente e Commissario.

Lungo la sua carriera artistica ha collezionato numerosi premi e riconoscimenti di partecipazione e merito. Ha preso parte attivamente alla vita culturale delle arti figurative a livello regionale e nazionale, partecipando a numerose Mostre Collettive e Personali di pittura, scultura e incisione. Inoltre è stato componente di numerose commissioni e giurie riguardanti le arti figurative. Diverse opere di pittura e scultura fanno parte oggi di collezioni private. Opere pubbliche impreziosiscono piazze, edifici e chiese di diverse città e paesi e sono realizzate in diversi materiali come il bronzo, la ceramica, il marmo e il legno.
Di Pietro Longu si sono occupate riviste specializzate e quotidiani, emittenti nazionali e private tra cui: L’Arte Italiana nel Mondo, Artisti Sardi del XX Secolo, Il Giornale d’Italia, Tutto Quotidiano, La Nuova Sardegna, L’Unione Sarda, Il Pungolo Verde, Il Monte Sardo, La Nuova Europa, Frontiera, La Grotta della Vipera, L’Ortobene, L’Altro, Il Dialogo, La Voce Serafica, Il Giornale, Sassari Sera, Il Medio Campidano, RAI 3 Sardegna, Videolina, RAI 3 Piemonte, Tele Sardegna, Tele Isola, Sardegna 1, Canale 5, Televideo, Rai 1.
Nel 2002 è stato pubblicato il libro: “CERTEZZA e DUBBIO. Il Senso della Vita nelle Poesie di Bruno Forte e nelle Sculture di Pietro Longu” dell’autore Mario Corda, prefazione di Antonio Todisco, Casa Editrice EDICOM Milano. Dello stesso anno è anche “Gli Artisti Sardi del XX secolo” di Gavino Colomo. Scrivono di lui anche Mario Delitala e Wally Paris.

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L’Araba Fenice

Terracotta refrattaria: una pasta sperimentata e modellata dall’autore, utilizzata generalmente per la realizzazione dei piani di cottura dei forni ceramici.

cm 60 x 46 x 37
2011

L’opera è dedicata alla donna araba, alla conquista della sua libertà, alla sua emancipazione e al suo ruolo nella primavera araba. In una mano tiene l’araba fenice appena risorta mentre esce dalla sfera della società del passato. La donna viene infatti paragonata metaforicamente all’uccello mitologico: con gli occhi volge lo sguardo verso mondi e realtà nuove e ha una mano sul capo, pronta a liberarsi del burqa, che avvolge e lascia intravedere il corpo vivo e sinuoso, covando la sua rinascita.

L’opera è stata esposta alle seguenti mostre: Collettiva del MAN (Nuoro, 2011); Personale dell’artista (San Pantaleo, 2011); Collettiva “Icone” (Cagliari EXMA’, 2012); IncantARTI (Roma, 2012); Prefettura (Nuoro, 2015).
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Omaggio ad Angelo Caria, a Nuoro e alla Sardegna

“NELL’IMPERO DORATO DOVE IL SOLE NON TRAMONTA MAI. E POI REGNO SARDO”

Murale, Viale Sardegna, Nuoro

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Da uno sfondo composto dal sole e dai suoi raggi, gli esagoni, emerge una grande sfera istoriata, che rimanda al mondo sardo. Sono infatti raffigurati i bronzetti, la Dea Madre, i Giganti di Mont’e Prama e il nuraghe Orolo (Bortigali), simboli di una società e di una cultura antica, evoluta e perduta, talvolta oggetto di scavi clandestini e vendita nelle aste mondiali e spesso, nel corso della storia, spogliata delle sue bellezze.
La sfera viene rovesciata da una figura stilizzata: sul capo porta una conchiglia, elemento simbolico ricorrente nelle opere dell’artista, rappresentante l’evoluzione del pensiero umano. Egli ha la mente rivolta verso il basso, il male, è un sordo e cieco esecutore che, rovesciando la sfera, disperde le ricchezze e i valori della Sardegna.
Al centro, la cascata incontrollata di tesori invade lo spazio inferiore dell’opera e le conchiglie vuote rappresentano l’evoluzione nella storia del pensiero umano, condizionato dalle invasioni.
Nella parte sinistra della composizione emerge la superficie sottostante, originariamente destinata ai manifesti elettorali, indicando simbolicamente come dal regno sardo-piemontese ai giorni nostri la Sardegna, con i suoi problemi, fatica ad emergere, ma spera in una rinascita.

E’ possibile individuare nell’opera gli elementi compositivi, formali e stilistici dell’artista, come le intense cromie, il gusto per il dettaglio e la ricchezza di forme derivate dalla natura, rappresentate con un forte senso realistico e simbolico.
Un’atmosfera straniante ed enigmatica domina la rappresentazione, le forme umane e naturali appaiono semplificate ed essenziali poiché mirano a rappresentare una realtà più profonda e ricca di significati allegorici.

“Realtà simboliche, atmosfere di attesa e tematiche sociali”

Cromie intense e giustapposte contraddistinguono e animano le opere pittoriche di Pietro Longu, contribuendo a delineare il suo universo intellettuale. Il colore, fondamentale ed indispensabile elemento della sua sperimentazione stilistica e formale, assume nei suoi quadri il ruolo di protagonista, acquisendo un’importanza non solo dal punto di vista tecnico ma anche visivo. Emerge perciò “un gusto per il colore acceso quando occorre, morbido quando deve esprimere un modo più pacato di considerare le cose” (Casalini). Le forme stesse, derivate dalla natura e rappresentate con un forte senso realistico e al tempo stesso simbolico, si definiscono e materializzano grazie alla padronanza cromatica.

Bacco

Bacco

Il quadro “Bacco” della metà degli anni ’70 colpisce proprio per la lucentezza, la pulizia e la nitidezza dei colori che contribuiscono a dare vigore e luminosità all’opera. E’ un olio su tela di grandi dimensioni (2,80×1,60) ed è dedicato a Bacco, dio del vino e dell’estasi. La scena è ambientata al di fuori della dimensione temporale e appare immobile, sospesa e silenziosa, dominata da una luce tersa e cristallizzata. Sullo sfondo una fascia istoriata, lontana allusione alla pittura vascolare greca, racconta il processo produttivo del vino. A sinistra, attorno ad un ambiente bucolico e al centro di un cumulo di sassi, siede il dio Bacco dal volto appena definito e rappresentato mentre tiene in una mano un bicchiere di vino e nell’altra un grappolo d’uva. Alle sue spalle una grande conchiglia simboleggia l’evoluzione del pensiero e della mente umana, prigioniera degli effetti causati dallo stato di ebbrezza.

Bacco - particolare

Bacco – particolare

Davanti alla divinità, sulla sinistra, domina una figura femminile astratta ed incorporea che spicca per il morbido panneggio e per l’intenso colore azzurro in contrasto con le tonalità calde del quadro. Viene rappresentata mentre offre al dio Bacco una coppa di vino, allude all’ebbrezza e per questo appare “vuota”, diafana ed inconsistente. Colpisce infine la maestria e il realismo nell’esecuzione dei dettagli, come ad esempio la sfera, una delle forme ricorrenti nello stile e nelle opere dell’artista, che nel quadro è di cristallo e contiene il vino.

Il Seme della Cultura

Il Seme della Cultura

Nel “Seme della Cultura” (1986) ritornano le tematiche care all’autore inerenti alla propria terra, la Sardegna. Il quadro (olio su tela, 1.50×90) si compone per la presenza di una grande sfera e di una figura umana stilizzata con un ampio mantello blu. La sfera in realtà è una piccola spora che l’artista ingigantisce assegnandole grandi dimensioni. E’ tipico di Pietro Longu rappresentare elementi derivanti da una natura poco conosciuta ed osservata, che vengono fatti propri assumendo nelle sue opere tonalità differenti e dimensioni maggiori, con significati sempre diversi, talvolta richiamando lontanamente alla mente le opere grafiche di Odilon Redon della fine dell’800. Domina la scena un’atmosfera straniante e surreale, enigmatica ed onirica, in cui forme umane e naturali appaiono semplificate ed essenziali, poiché mirano a rappresentare la realtà interiore dell’essere umano. La sfera raffigura la società della Sardegna, in essa vi è infatti una fascia istoriata in cui sono rappresentati i bronzetti nuragici, scelti dall’artista come simbolo della cultura sarda. Un foro nella sfera indica che dentro di essa c’è vita, movimento e tutto ciò che appartiene alla “sardità”. La figura umana viene rappresentata mentre inserisce il seme di una spiga dentro la sfera, conferendo così continuità e ricchezza alla sua società e alla sua cultura: è l’uomo sardo con il gambale aperto, indossato dal contadino e dal pastore che lavorano in campagna. La figura è avvolta da un panneggio azzurro, che simboleggia il mare e sul capo porta una conchiglia, elemento simbolico ricorrente in tutte le opere pittoriche, scultoree e grafiche dell’artista. Rappresenta l’evoluzione del pensiero umano, “quello della spirale è un segno che in genere, nella simbolica dell’arte figurativa, esprime l’idea dell’infinito e del calarsi nell’infinito degli imprevedibili percorsi del pensiero. E’ così è in Longu che insistentemente lo colloca nei dipinti, come un quid apparentemente di riserva, quasi un’extrema ratio, ma tutt’altro che accidentale”(Mario Corda 2002 p.75). Sullo sfondo una fascia istoriata nei toni del blu rappresenta la cultura universale, di cui il popolo sardo ha ugualmente fatto tesoro, e tra cui spiccano la Scuola di Atene, le grandi conquiste di oggi e la ricerca dell’antimateria.

Sakharov

Sakharov

L’intera carriera artistica di Pietro Longu è caratterizzata dall’esecuzione di diverse opere scultoree e pittoriche che affrontano tematiche storiche, sociali ed attuali. Tra queste, meritevole di citazione, è “Sakharov” (1977, 80×1,00). Andrej Dmitrievič Sakharov è stato un fisico sovietico, che verso la fine degli anni ’50 contestò gli esperimenti nucleari a scopo bellico e successivamente, negli anni ‘70, criticò le repressioni del regime sovietico, divenendo difensore dei diritti civili dei dissidenti e dei perseguitati che gli valse il premio Nobel per la pace nel 1975. Nel 1980 fu arrestato e fu confinato nell’odierna Nižnij Novgorod. L’opera, rappresentata tre mesi prima del suo esilio con una forte carica narrativa, raffigura al centro Sakharov con le mani legate e incatenate: tra le braccia tiene una sfera istoriata che rappresenta il suo mondo, i suoi valori, il suo pensiero, che porta stretto a sé. La catena non è solamente legata ai polsi, ma si trova anche sul capo, alludendo all’ “incatenazione” della mente e al blocco del pensiero di quegli anni. Dietro il capo, in una fascia istoriata appaiono gli accusatori che lo mandarono in esilio, rappresentati con il dito puntato. Traspare un senso di immobilità, di silenzio e di attesa da cui emerge il potere magico del simbolo. L’intera pittura è immersa infatti in un contesto di forme, luci e colori che contraddistingue lo stile di Pietro Longu: ci sono sassi e pietre che rotolano e che rimandano al tormento della tematica rappresentata, e vi è la geometrica perfezione dell’icona esagonale, che auspica una società cooperativa e la conquista della libertà.

Chiara Longu
©Riproduzione riservata

“Il Canto della Sirena” Golfo Aranci

COMMENTO DELL’ AUTORE

La scultura è interamente realizzata in bronzo ed è alta m. 3,50 e pesa q. 6,50.
L’ho eseguita a tutto tondo e a dimensioni reali nel mio studio a Nuoro. Successivamente, dopo una serie di stampi, l’ho fusa con la tecnica della cera persa e rifinita a mano a cesello in ogni minimo particolare. Si tratta di un’opera unica non riproducibile, eseguita secondo il mio stile personale, frutto di tanti anni di sperimentazione e ricerca artistica.

Ho realizzato l’opera in sintonia con il nuovo lungomare di Golfo Aranci, cercando di valorizzare il paesaggio unico e suggestivo, caratterizzato dalle sue immense distese che profumano di cisto e protetto dalle isole di Figarolo e Tavolara. Ho pensato e proposto una Sirena “sarda” che, contraddistinta da una forma sinuosa e slanciata, esce dall’acqua e dalle onde del mare, accompagnata dalla melodia di un canto sardo, per salutare gli abitanti del luogo ed i pescatori che ogni giorno faticosamente si accingono a svolgere il loro lavoro, e per accogliere i turisti.
La scultura vuole essere un omaggio all’unicità della donna sarda, una donna forte, saggia, discreta, paziente e coraggiosa, dall’animo orgoglioso, colonna portante della famiglia e della società sarda, che affascina e ispira l’uomo sin dall’epoca preistorica. La sirena di Golfo Aranci è infatti una donna sarda, contraddistinta dalla sua grazia nel portamento e dalla tipica bellezza, con i capelli raccolti dietro la nuca, nel tradizionale mogno, per mostrare meglio il suo viso. Nelle braccia poggiate lungo il busto le semisfere richiamano e simboleggiano i bottoni gioiello che ornano la camicia tipica del costume tradizionale sardo, insieme alla lunga gonna plissettata che ne esalta le pieghe in un passo di ballo. E’ la sirena che conquista l’uomo, che canta: “Eo regiro pro te e so pro te in arguai!” (Mossa), “In su Monte Gonare, cantada una sirena” (Sini), “Non potho reposare” (Sini- Rachel).
Con la sua altezza e maestosità ha il privilegio di toccare il cielo e le stelle a cui si abbandona, con il capo leggermente reclinato in atteggiamento romantico. E’ infatti avvolta dalla Via Lattea, che rimanda alla molteplicità degli elementi che compongono l’identità del mondo sardo, ricco di valori e tradizioni uniche, simboleggiato dalla riproduzione della navicella nuragica a cui lei volge lo sguardo, riportandoci alle nostre antiche origini di popolo di navigatori e all’attesa della donna che aspetta il rientro del suo uomo.

Lo scultore
Pietro Longu

©Riproduzione Riservata